Lou Reed’s New York
Lou Reed è a Roma in veste di fotografo. L’anteprima italiana della selezione di 30 fotografie delle 55 esposte recentemente alla Steven Kasher Gallery di New York -e contemporaneamente alla Hermes Gallery- (accompagnate dal catalogo Lou Reed’s New York (Edition 7L), secondo libro fotografico di Lou Reed dopo Emotions in Action del 2003) sarà ospitata al PAN di Napoli (10 marzo-9 aprile), tappa successiva sarà Roma -nell’ambito di FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma- alla Galleria 1/9 unosunove, co-produttrice della mostra e dealer delle foto per l’Italia, e, forse, Milano.Impossibile strappargli un sorriso. Il mito del rock non si smentisce, è dark come il suo look. Ma nelle fotografie sparisce ogni barriera, trapelano le emozioni, quella inossidabile fase di innamoramento per la sua città -New York- evocata da sempre anche nelle sue note musicali (New York è il titolo di un suo album del 1989).Sono scatti collezionati negli ultimi due anni, immagini catturate in momenti diversi della giornata, nel susseguirsi delle stagioni, della luce naturale e artificiale del giorno e della notte, alcune nitide, altre prive di contorni definiti: il profilo dei grattaceli come la forma astratta delle nuvole, la gravità dei fiocchi di neve, i riflessi increspati sulle acque dell’Hudson. C’è anche un grande mosaico fotografico di diciotto panorami newyorkesi: stesso soggetto, ma diverse esposizioniIn tutte le immagini è evidente l’assenza dell’elemento umano, o meglio l’evocazione indiretta della sua presenza. Un unico paio di occhi entrano nel fluire di queste visioni -gli occhi dell’autore- nella sequenza di autoscatti in bianco e nero intitolata Snapper. Altri scatti, affollati di tubi fluorescenti al neon, o di colori artefatti delle luci notturne, ricordano quei grovigli di matrice informale migrata nella Pop Art. Forse un souvenir, più o meno inconscio, dei tempi in cui Lou Reed insieme alla sua band, i Velvet Underground -siamo alla fine degli anni ’60- frequentava la Factory di Andy Warhol. Proprio di Wharol sono celebri i fotogrammi di uno dei suoi primi film Empire (1964), in cui l’Empire State Building è ripreso nei diversi momenti della giornata -dall’alba a notte fonda- né più né meno come faceva, un centinaio di anni prima di lui, Monet munito della tavolozza di colori davanti alla Cattedrale di Rouen.
Fotografia e musica, quanto queste due forme d’arte camminano parallelamente, o si sovrappongono, nel suo modo di descrivere la società?
Non posso immaginare che siano separate. Ogni cosa si mescola con il resto, non ci sono scompartimenti distinti.
Quando e come ha iniziato a fotografare?
Sono venticinque anni che faccio fotografia. Ho iniziato con i video. Dopo Andy Warhol ho studiato cosa avrebbe fatto lui, ma più attraverso i suoi dipinti e i film che la fotografia. Mi sono sempre interessati i video, ma solo quelli in bianco e nero. Il mio amico, il regista Wim Wenders (Lou Reed ha fatto parte del cast di Così lontano così vicino, di Wim Wenders, Germania 1993 - n.d.r.) una volta mi ha spiegato una cosa importante sulla fotografia che mi ha fatto capire qualcosa che prima non avevo mai capito.
Riguarda la macchina fotografica o sulla cinepresa?
Entrambe.
Cosa le ha detto Wenders?
E’ un segreto. A volte c’è semplicemente qualcuno che riesce a dire la cosa che ti illumina nel modo giusto, al momento giusto. Altre volte, invece, la stessa cosa può essere detta da qualcun altro in modo diverso e non viene percepita, perciò non c’è possibilità di crescita
A proposito del “segreto” di Wenders ha detto che non c’è differenza tra macchina fotografica e cinepresa. Si tratta, forse, di qualcosa di filosofico o, comunque, emotivo, piuttosto che di tecnico?
Non ho detto questo. Mentre l’immagine del video è in movimento, quella della macchina fotografica dura un secondo. Quello che mi piace è guardare attraverso il mirino. Le macchine digitali di adesso permettono di vedere, attraverso lo schermo sul retro, anche al di là di quello che compare all’interno del quadratino del mirino, ma quello che personalmente mi affascina è il modo più tradizionale di guardare attraverso il mirino. Le informazioni che mi ha dato Wenders sono qualcosa di veramente basilare, semplice e banale, ma il modo in cui me le ha dette mi ha illuminato, facendomi percepire la realtà della fotografia in maniera diversa.Trovo che sia molto interessante questo sviluppo delle tecnologie. Molta gente è arrabbiata e vive come una perdita il passaggio dal vinile, dagli Lp, alla rivoluzione digitale, in musica come in fotografia. Io penso, invece, che il digitale sia molto importante e migliore dal punto di vista qualitativo di quello che c’era prima. Anche perché in un disco microscopico si possono mettere molte più informazione di quelle che poteva contenere un vecchio Lp.
La pensa così anche per la fotografia?
Penso che la fotografia digitale sia fantastica perché dà accesso a molti più colori di prima. E’ come vedere all’improvviso un fondale marino in maniera molto più nitida e colorata. Rappresenta un’innovazione molto positiva, straordinaria. Se oggi la tecnologia digitale avanzata è molto cara, tra dieci anni sicuramente non sarà più così. Ad esempio una camera digitale più piccola del palmo della mia mano può costare 24 mila dollari, la stessa cifra con cui si può acquistare un’automobile. Io, però, a parità di prezzo preferirei avere una macchina fotografica, piuttosto che un’auto. Ma, la dimostrazione che si tratti di una rivoluzione sta nel fatto che ormai tutto quello che arriva ai giornali, riviste o quotidiani, e a tutti gli altri media passa attraverso il digitale. Il digitale è democrazia in azione perché permette a chiunque di avere le chiavi del castello. Non bisogna più essere in una camera oscura con qualcuno che si intende di diversi tipi di solventi chimici e del processo di sviluppo, ma basta mettere le foto sul computer e modificarle attraverso appositi programmi. Se si è abbastanza svegli e intelligenti si può arrivare ad un livello di elaborazione della propria fotografia che prima era impossibile. La cosa positiva, poi, è che i prezzi si stanno abbassando, ad esempio una videocamera Sony non costa più 80 mila dollari, ma solo 5 mila, quindi diventa molto più accessibile. Certo, alla mia età, mi riesce più difficile imparare i nuovi programmi, i sistemi di informazione, ma molti dei miei giovani assistenti imparano e sanno fare le cose velocemente.
C’è qualcosa, in particolare, che le è rimasto impresso dell’insegnamento di Andy Wharol?
Non posso rispondere a questa domanda, ci metterei quattro anni…
Invece l’esperienza accanto ad artisti come Bob Wilson ha in qualche modo influenzato il suo modo di fotografare?
No. Tutto ha un senso, quindi sicuramente anche queste collaborazioni di lavoro hanno avuto un senso per la mia fotografia. Anche il fatto di esser cresciuto a New York e non nel Kansas, ad esempio, a contatto con grandi artisti ha avuto un certo impatto. Ma la più grande influenza l’ho avuta da persone che probabilmente non conoscete, e molto anche dal cinema. Forse “influenza” non è la parola giusta. Tutto ha a che fare con la luce e il modo di modificare successivamente le fotografie, e anche la musica. Nella fotografia il suono è la luce. Molti dei miei amici come Timothy Greenfield-Sanders, Bob Wilson, Julian Schnabel hanno apportato delle nuove conoscenze sul piano dell’illuminazione e nell’uso della luce nella mia fotografia, soprattutto per quanto riguarda le tecniche di illuminazione all’interno. Per imparare è necessario fotografare in manuale e prendere tanti scatti dello stesso soggetto, variando ogni volta sempre qualcosa. Ad esempio, quando ho iniziato a fotografare, proprio per imparare, scattavo 24 foto di un solo soggetto, facendo per ogni scatto un piccolo cambiamento nelle impostazioni, poi una volta stampate vedevo le foto una ad una, per capire le tecniche di illuminazione e tutto il resto.
Gli autoscatti in bianco e nero sono un omaggio a Mapplethorpe?
No. Altre persone me lo hanno chiesto. Ovviamente conosco quelle foto, perché tra l’altro sono un grande ammiratore di Mapplethorpe. Quello che mi interessa è come la pelle è illuminata, la sua consistenza. L’idea è di renderla come una statua. Ho provato molte volte, impiegando più di sei mesi per trovare la macchina fotografica giusta, con l’impostazione corretta, per arrivare a quel risultato.
La mancanza dell’elemento umano in queste sue fotografie è casuale?
C’è molto dell’elemento umano, ma non ci sono le persone. Le persone potrebbero essere il soggetto di un altro libro. In queste fotografie ero interessato alla luce e al movimento degli edifici e dello skyline. Tutto il lavoro è incentrato sull’aria e la luce della città in cui vivo. Attraverso questa città che fotografo si vedono le emozioni umane. Gli uomini, pur non essendo i soggetti delle foto, esistono perché stanno nella città che raccoglie le loro emozioni. Tra queste fotografie ce n’è anche una di un albero, molto giapponese, che mi interessava per dimostrare la presenza nella città di un elemento diverso rispetto all’edificio.
Pensa che sia importante fotografare quello che si conosce bene?
Certamente aiuta conoscere il soggetto. Ad esempio per una copertina di una rivista ho fatto una foto sul Kung Fu, arte marziale che non conosco particolarmente. Se manca la conoscenza di un determinato soggetto mi lascio trasportare dall’estetica. Prendo in considerazione quello che per me è bello, e questo poi viene rappresentato nella fotografia.
Info mostre: PAN - Palazzo delle Arti NapoliPalazzo RoccellaVia dei Mille, 60 - 80121 Napoli
www.palazzoartinapoli.net
Galleria 1/9 unosunovePalazzo SantacroceVia degli Specchi, 20 – 00186 Roma
www.unosunove.com
di Manuela De Leonardis
10 aprile, 2006
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2 commenti:
Considerare Lou Reed un bravo fotografo è un insulto a tutti coloro che vivono di fotografia, o almeno ci provano quotidianamente, stringendo i denti per non mollare.
Sono incomparabili gli sforzi che bisogna mettere in cantiere per diventere fotografo PARTENDO DA ZERO, SENZA ESSERE RICCHI O COMUNQUE FIGLI DI GENTE RICCA.
Bisogna emergere, combattere la mentalità altrui, fare gavetta per pochi euro, imparare incassando colpi allo stomaco e stando per giunta zitti. Tutto questo NON è Lou Reed, il quale oltretutto tecnicamente non mostra alcunchè (ricordo che la tecnica è assoluta, a differenza dell'estetica), la sua visione della città non comunica nulla di particolare, ridicolo il notturno mosso, veramente uno schiaffo in faccia a tutti quei ragazzi che tra milla avversità ci stanno provando, a essere fotografi
Considerare Lou Reed un bravo fotografo è un insulto a tutti coloro che vivono di fotografia, o almeno ci provano quotidianamente, stringendo i denti per non mollare.
Sono incomparabili gli sforzi che bisogna mettere in cantiere per diventere fotografo PARTENDO DA ZERO, SENZA ESSERE RICCHI O COMUNQUE FIGLI DI GENTE RICCA.
Bisogna emergere, combattere la mentalità altrui, fare gavetta per pochi euro, imparare incassando colpi allo stomaco e stando per giunta zitti. Tutto questo NON è Lou Reed, il quale oltretutto tecnicamente non mostra alcunchè (ricordo che la tecnica è assoluta, a differenza dell'estetica), la sua visione della città non comunica nulla di particolare, ridicolo il notturno mosso, veramente uno schiaffo in faccia a tutti quei ragazzi che tra milla avversità ci stanno provando, a essere fotografi
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